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2 febbraio 2012

Apple, la mela amara.

Panorama (Link) - Apple, dietro al touch screen non è oro tutto quel che luccica

  (Credits: Apple)

(Credits: Apple)

Alzi la mano chi – specie di questi tempi – non vorrebbe lavorare per Apple. Per l’azienda più ricca, o quasi, del pianeta, per l’unica azienda dell’hitech che non produce solo dispositivi elettronici ma autentici sogni, amati e venerati dai consumatori come si fa solo con gli esseri viventi o quelli soprannaturali. Eppure, se andate a parlare con chi per Apple già ci lavora potreste sentirvi dire che non è tutto oro quello che luccica. E che dietro ad ogni iPhoneiPadiPod, c’è qualcosa che non potreste mai immaginare. 
Ci sono bambini di 13 anni che lavorano 16 ore al giorno per 70 centesimi all’ora, ad esempio; lavoratori stipati in quartieri dormitorio senza le necessarie condizioni igienico sanitarie; altri che respirano solventi tossici o polveri sottili; altri, infine, che scelgono il suicidio.
Sono gli operai che lavorano nelle fabbriche cinesi che Apple ha scelto per costruire in outsourcing i propri dispositivi. La Wintek di Suzhou, per esempio, o la Foxconn di Shentzen e Chengdu, due delle città simbolo del miracolo cinese, trasformatesi nel giro di pochi anni da villaggi rurali a vere e proprie megalopoli industriali.
Il New York Times ha dedicato loro un reportage molto dettagliato (anzi, due), raccontando tutta una serie di inquietanti retroscena sulle loro condizioni di lavoro. Il  quotidiano americano parla fra le altre cose di turni di lavoro massacranti, minacce ai lavoratori e punizioni esemplari, di documenti falsificati per consentire il lavoro minorile.
Ma non solo. Parla degli incidenti che si sarebbero potuti evitare. Come quello che ha coinvolto le centinaia di operai rimasti intossicati dall’n-esano, un composto notoriamente tossico utilizzato per pulire i display dell’iPhone solo perché decisamente più rapido dell’alcool ad evaporare.
O come le due esplosioni che, lo scorso anno, hanno provocato la morte di 4 operai e il ferimento di altri 77. Tutte vittime delle polveri d’alluminio, uno dei residui delle lavorazioni del dorso dell’Ipad. Nello stabilimento Foxconn di Chengdu, teatro di uno dei due tragici incidenti, le condizioni di scarsa areazione degli impianti erano state documentate già alcune settimane prima da un gruppo di advocacy di Hong Kong, con tanto di video che mostrava i corpi dei lavoratori ricoperti da particelle finissime di metallo. “Una copia di quel report è stata mandata anche ad Apple”, spiega uno degli esponenti del gruppo, “ma non c’è stata alcuna risposta”.

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Una storia nota

Non è la prima volta, va detto, che si parla del lato oscuro di Apple. Lo scorso anno dopo i 18 tentativi di suicidio registrati negli stabilimenti della Foxconn (14 dei quali andati a “buon” fine) molti organi di stampa sollevarono il problema della sicurezza fra i fornitori di Cupertino.
La scrittrice Alberta Parish arrivò persino a criticare apertamente l’operato di Steve Jobs all’indomani della sua morte, in un post dal titolo piuttosto eloquente: “Steve Jobs di Apple non era un uomo buono, utilizzava il lavoro schiavistico per fare gli iPads e gli iPhone”.
Steve Jobs ha avuto un’anima oscura. Come proprietario di Apple, è stato direttamente responsabile per la produzione di iPhone e iPad nelle fabbriche in Cina dove c’è stato un numero infinito di suicidi di lavoratori insoddisfatti durante i mesi di marzo e aprile di quest’anno. In parecchi impianti della Foxconn, dove sono realizzati i prodotti Apple, c’erano policy orrende: operai costretti a fare tra 80 e 100 ore di lavoro straordinario, operai costretti a stare in piedi per 14 ore al giorno, altri costretti a firmare patti di non-suicidio come condizione di occupazione.

La difesa di Tim Cook

Tim Cook, l’erede di Steve Jobs al timone di Apple, è voluto intervenire di persona sulla questione con una lettera aperta a tutti i dipendenti Apple:
Sono i nostri valori a dire chi siamo, come azienda e come individui. È un peccato che in questi giorni alcune persone stiano mettendo in dubbio i valori di Apple e desidererei occuparmene direttamente con voi. Abbiamo a cuore ogni lavoratore della nostra catena dei fornitori a livello mondiale. Ogni incidente è fonte di turbamento e ogni questione riguardante le condizioni di lavoro è causa di preoccupazione. Qualsiasi voce che affermi il contrario è chiaramente falsa e offensiva nei nostri confronti. Come saprete meglio di chiunque altro, accuse come queste vanno contro i nostri valori. Noi non siamo così.
Molti di voi che lavorano presso i siti produttivi dei nostri fornitori in tutto il mondo, o che spendono lunghi periodi lontani dalle loro famiglie, so che sono indignati quanto me. E coloro che non sono così vicini alla catena di fornitura hanno il diritto a conoscere i fatti.
Ogni anno aumentiamo il numero di ispezioni nelle fabbriche, alzando gli standard per i nostri produttori e indaghiamo sempre più a fondo su quello che accade dentro le fabbriche. Come abbiamo già riferito lo scorso mese, abbiamo ottenuto grandi successi e migliorato le condizioni di centinaia di migliaia di lavoratori. Nessuno, in questo settore, sta facendo così tanto per così tante persone in così tanti posti.

Tim Cook, numero uno di Apple (Credits: AP Photo/Mark Lennihan)
Tim Cook, numero uno di Apple (Credits: AP Photo/Mark Lennihan)

Quel che Apple non dice

Tim Cook in parte dice il vero. A ben guardare, dal 2005, e cioè dall’epoca del primo reportage giornalistico sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti cinesi della Foxconn (in quel caso firmato dal Guardian), Apple conduce ogni anno degli audit su tutte le fabbriche che gravitano intorno alla produzione dei propri dispositivi. E dal 2007 ispeziona direttamente gli stabilimenti per mettere in luce le eventuali anomalie.
Dal 2007 al 2010, sottolinea il New York Times, Apple ha condotto oltre 300 controlli all’interno degli stabilimenti, ravvisando in oltre metà dei casi la presenza di anomalie; in ben 70 casi, addirittura, le irregolarità riguardavano violazioni basilari, compresi casi di sfruttamento minorile, falsificazione di documenti, condizioni di lavoro pericolose per la salute. Gli standard di Apple prevedono, in casi come questi, che le aziende forniscano un report entro 90 giorni individuando il problema e provvedendo quindi a correggerlo.
Quel che Tim Cook non dice, però, è per quale motivo – nonostante le numerose segnalazioni - Apple abbia concluso il proprio rapporto lavorativo con soli 15 fornitori. Per quale motivo alla Foxconn abbiano installato delle reti tutto intorno alla fabbrica proprio dove si sono verificati i suicidi dei dipendenti. E perché nel 2011, anno in cui sono stati effettuati ben 229 audit, si è registrato il maggior numero di incidenti (4 morti e 77 feriti).
“Una volta che l’accordo è fatto e diventi uno dei produttori di Apple, l’azienda non si interessa più delle condizioni di vita dei suoi dipendenti o qualsiasi altra cosa che non sia rilevante per i propri prodotti” sottolinea un ex-manager di Foxconn licenziato dall’azienda dopo aver obiettato di fronte a un trasferimento. Rincara la dose un altro responsabile di una società che ha preso parte alla produzione di iPad: “L’unico modo per fare soldi lavorando per Apple è quello di mostrare loro di saper fare le cose in modo più efficiente o economico”.

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(Credits: Apple)

Del resto che Apple faccia leva sulla forza lavoro a basso, anzi bassissimo costo lo si capisce anche guardando i costi di produzione dei dispositivi che sforna in migliaia di pezzi ogni giorno. Secondo iSuppli, ogni iPhone 4S (nella sua versione base, quella da 8 gigabyte, prezzo italiano 659 euro) costa ad Apple 196 dollari dei quali solo 8 per la produzione.
Il discorso è diventato assolutamente centrale alla luce della nuova politica tariffaria che Apple ha inaugurato con l’uscita dell’iPad. Un prodotto che contrariamente alla tradizione della Mela è offerto a un prezzo decisamente concorrenziale: se si escludono i tablet low-cost basati su Android, i 499 dollari del modello base della Mela rappresentano a tutt’oggi una delle migliori alternative per il consumatore. Ma il margine per Cupertino resta comunque altissimo (come si può notare da questa seconda tabella).
E poi c’è tutto il discorso della flessibilità: per produrre ogni trimestre 37 milioni di iPhone, 15 milioni di iPad e oltre 5 milioni di iPod la catena dei fornitori deve muoversi con sincronismi pressoché perfetti. E, soprattutto, deve saper rispondere in modo rapidissimo alle variazioni della domanda. Condizioni che oggi si possono avere solo in Cina, dove spiega il New York Times è possibile assumere 3.000 persone dall’oggi al domani, e fino a 200 mila operari in un paio di settimane.

Il mondo attende una risposta

Per non cadere nella falsa retorica è bene precisare un paio di aspetti. Che la Foxconn non è Apple né una sua controllata, tanto per cominciare, ma un’azienda asiatica che produce componenti elettrici. Che Apple non è l’unica multinazionale a giovarsi di una così ampia catena di fornitori delocalizzata (da Dell ad Hp, da Lenovbo a Motorola, da Nokia a Sony, tutte le grandi multinazionali del settore producono e assemblano in Cina i propri oggetti tecnologici).
Che i diritti dei lavoratori in Cina non sono quelli dei Paesi occidentali, considerata anche l’assenza di un vero e proprio sindacato (cosa che non è ammessa dal governo locale). Che per molti cinesi lavorare per Apple garantisce condizioni salariali migliori di quelle che avrebbero altrove; ad esempio in una piantagione di riso, dove il guadagno medio è di 50 dollari al mese (contro i quasi 300 dollari offerti da Apple).
Ma considerata la fama di Apple e la straordinaria liquidità che circola nelle sue casse (quasi 100 miliardi di dollari secondo le ultime rilevazioni), è più facile che la lente dell’opinione pubblica finisca per concentrarsi sui movimenti di Cupertino. “Puoi impostare tutte le regole che vuoi”,  commenta amaramente uno degli ex-responsabili di Apple, “ma saranno prive di significato se non dai ai fornitori un profitto sufficiente per trattare bene i tuoi lavoratori”. Oneri e onori, si dice in casi come questi.
Perché se sul design e le prestazioni dei dispositivi di Apple si può discutere al bar fra technofan, sulle condizioni di lavoro la posta in palio è decisamente più alta. A questo punto diventa un imperativo: Apple dovrà intervenire più profondamente di quanto non abbia fatto in passato, proprio come hanno fatto le altre multinazionali che prima di lei (vedi Nike e Gap) sono finite nell’occhio del ciclone per problematiche di social responsability.
Prima che sia troppo tardi. Prima che l’utente medio arrivi a chiedersi cos’è disposto ad accettare pur di avere fra le mani l’ultimo “sogno” marchiato Apple.

Grazie a David per il suggerimento

26 gennaio 2012

Domenicanon #02

Non è così che doveva andare questo blog, sappiatelo.

Detto questo...

Venerdì mi hanno tolto il primo dei quattro denti del giudizio. 
Dimenticate tutte le cavolate che vi hanno raccontato sul fatto che non faccia male. Cosa che per altro continuo a raccontare anch'io a chiunque mi chieda informazioni in merito. Sì, sono un sadico.
La cosa peggiore sono i venti minuti precedenti l'operazione. Ti sdrai, e attendi che arrivi il dentista per la prima anestesia. Nel frattempo hai modo di ammirare gli attrezzi del mestiere: tenaglie, pinze, trapani, punteruoli, aghi. Il cuore comincia a pompare e vorresti solo andartene.
Nel momento in cui hai trovato il coraggio per chiedere di posticipare il tutto, lui arriva, e cala il buio. Sì perché ci va una certa prestanza per estrarre un dente, e il mio carnefice era un omone enorme, ma enorme davvero, tipo obelix. Due obelix. Fusi assieme.

Via con la prima anestesia, seguita da altri dieci minuti di solitudine. Ormai sei in ballo. L'unico rumore che riesce a produrre la tua bocca è il prodotto della fusione tra la saliva e il panico. 

Continui ad osservare gli attrezzi sperando che qualcuno li abbia dimenticati lì per caso, cerchi di convincerti che verranno utilizzati solo nel caso succeda qualcosa di veramente spiacevole. Sbagliato. Verranno utilizzati tutti. Uno dopo l'altro. Anche in coppia. Contemporaneamente. Inesorabilmente.

Di nuovo il buio. Strizzi gli occhi. Hai ancora male. Giù un'altra dose di anestetico. Senti il trapano che attraversa il dente. Un gemito. "Hai male?". "N, nn shento n czz!". "Ah! Tu soffri preventivamente quindi!". Che ti pigli la sciol... Il rumore di un osso rotto. Il filo che attraversa la carne. Quattro volte. Buon appetito.

Sabato e domenica li ho trascorsi in uno stato di intontimento assoluto. Ricolmo di antidolorifici, antibiotici, antiqui e antilà. La mancanza di sonno, ben diversa da quella gastronomica della settimana precedente, mi ha permesso di svegliarmi di buon ora e di andare a fare il mio dovere.

Francesca, collegnese doc, e Filippo, collegnese anch'esso e autore di alcune delle foto che trovate nel post, mi hanno accompagnato nel giro fotografico all'interno del parco della Certosa. Se siete appassionati di fotografia e, come me, avete gusto per l'orrido, il parco è il luogo ideale per fare della sana archeologia industriale. La Certosa Reale, è un ex monastero, diventato poi un manicomio, adesso centro dell'ASL di Collegno. 





Oltre a scuole, un hammam, uffici del comune e case occupate, come il Mezcal Squot, ci sono un sacco di edifici abbandonati dall'accesso abbastanza facile. L'atmosfera percepita in un edificio abbandonato è unica. La mente comincia a colmare tutte le mancanze di quel luogo: il rumore delle macchine, il vociare degli operai, l'odore di ferro e sudore.











Continuando la passeggiata ci siamo chiesti perché il comune non si attivi per rivalutare molti degli edifici che non hanno ancora uno scopo. Un'idea condivisa è stata quella di un polo universitario in stile Cambridge. Sarebbe bello no?




Non lontano dal parco, dall'altro lato di corso Francia, c'è il Villaggio Leumann, quartiere costruito nell'800 per ospitare le famiglie degli operai dell'omonimo cotonificio. Mi ha ricordato molto le periferie operaie inglesi di film come Trainspotting o Full Monty. Mentre stavo scattando qualche foto alla chiesa di Santa Elisabetta una signora si è avvicinata a me:
"Sei qui per la visita?", "No, non credo","Ah, vuoi farla comunque?","Quanto dura?","Dure ore","Non ho così tanto tempo! La fate ogni domenica?", "No, puoi prenotarla sul sito dell'associazione","Bene, arrivederci".
Adesso lo sapete.



L'attrazione principale di Rivoli è sicuramente il Castello, alle cui spalle si staglia un parco naturale, che di naturale ha solo degli alberi, l'erba e le coppiette che lo popolano di notte. Protetto dall'Unesco, ospita tutto l'anno una permanente e un rapido susseguirsi di temporanee. In questi giorni dovrebbe esserci una mostra sull'arte povera.




Anche se san Rocco cade il 16 agosto l'autorità ecclesiastica ha autorizzato i grugliaschesi a spostare la festa patronale al 31 gennaio. Non ho idea di come si festeggi, ma se siete curiosi fateci un salto martedì prossimo e raccontatemi qualcosa nei commenti del post. Ad ogni modo Grugliasco di santo ha ben poco. Percorrendo la passerella, che scavalca la recente stazione ferroviaria, ho incontrato un fotografo intento nell'immortalare una signorina poco vestita, praticamente nuda. Penso avesse anche le tette al vento prima che io li interrompessi. O almeno mi piace pensare così. Imbarazzo. 




Quattro regole/consigli/suggerimenti per fotografare all'interno di edifici abbandonati
  1. Accertatevi che il luogo sia davvero abbandonato. Vi ricordo che la violazione di proprietà privata è un reato. Mmm. Se ci sono dei senza tetto, e sembrano infastiditi dalla vostra presenza, lasciate perdere.
  2. Cercate di essere almeno in due o in tre. Non di più e non di meno. Fate un sopralluogo. Camminate con cautela e lungo le pareti. Dite a qualcuno dove siete.
  3. Portarsi un cavalletto fa tanto cool, ma in certi casi è meglio evitare. Se soffrite di delirium tremens come il sottoscritto usate i sostegni che il luogo vi offre: scale, muretti, mensole. Se non ne potete fare a meno fatevelo portare ad un amico che non fotografa. Tipo caddy!
  4. Se qualcuno vi chiede perché siete lì dite sempre la verità. Reportage, per un servizio, per un sopralluogo. E se a chiedervelo sono le forze dell'ordine, rispondente cordialmente e levatevi dalle scatole.
Concludo velocemente parlando di Megaupload, Pipa, e Piso (anche per rispondere al post messo da Enrico "Muscio" Lomuscio). Tutti questi decreti rappresentano sicuramente delle azioni disciplinari molto rigide, che vanno ad aggiungersi ad un sistema legislativo che vi assicuro è già molto severo. Sono certo però che il web saprà rispondere in maniera adeguata come già ha fatto in passato. E' stato il turno di Napster, adesso di Megaupload. E poi pensandoci bene non mi dispiacerebbe neanche tanto pagare 10 euro al mese per guardarmi le mie serie preferite. 

By the way...

...il cinema Luce, ultimo cinema storico di Collegno, ha chiuso i battenti, roba davvero triste. Anche se penso di aver colto il nocciolo del problema riguardo alla chiusura di luoghi come questo, mi piacerebbe sapere la vostra opinione in merito: colpa della pirateria o della continua nascita di multisala?


Anche questa sparata è finita. Non si è svolta come avrei voluto. Se commentate inserite la parola Triceratopo così saprò chi castigare nel caso non abbiate raggiunto il fondo!

Buona (metà) settimana.

Enrico.