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26 marzo 2012

Chi di Web Ferisce ...

Vi giro una notizia interessante! Grazie David per il suggerimento!
(fonte)

Il Cavaliere perde Mediaset(.com) 

La scarsa attenzione e, probabilmente, il poco amore verso le cose del web hanno giocato un brutto scherzo al Cavalier Berlusconi ed al suo impero televisivo.

Rti- Reti Televisive Italiane – gioiello di famiglia dell’ex Premier e storico nemico del web – ha, infatti, dimenticato di rinnovare la registrazione del nome di dominio www.mediaset.com con la conseguenza che una società americana se lo è aggiudicato ad un’asta ed ha, ora, iniziato ad utilizzarlo per vendere media-sets ovvero dispositivi di elettronica.

Inutili sono state le rimostranze della società del Cavaliere ed il procedimento esperito dinanzi alla competente autorità – il centro per l’arbitrato e la mediazione dell’Organizzazione Mondiale della proprietà intellettuale – nel tentativo di sostenere che l’aggiudicatario dell’ex nome a dominio di punta di casa Berlusconi avesse agito in mala fede.

Gli arbitri hanno respinto tutte le eccezioni dei legali della Casa del biscione e stabilito che questi ultimi non sono stati in grado di provare in alcun modo l’altrui mala fede e che, pertanto, legittimamente la Fenicius Llc, sta ora utilizzando il dominio www.mediaset.com.

L’espressione Mediaset che nel nostro Paese contraddistingue da decenni l’impero televisivo del Cavaliere, nel web è, secondo gli arbitri dell’Organizzazione Mondiale della proprietà intellettuale, un’espressione generica che legittimamente può essere utilizzata per la commercializzazione dei dispositivi informatici che le due parole che la compongono  – media sets – descrivono.

Una brutta batosta per l’orgoglio del Cavaliere ma, forse, un’occasione in più per rendersi conto che anche i più grandi ed i Signori dei privilegi, sul web, diventano gente comune soggetta a regole davvero eguali per tutti.

Dopo tante battaglie condotte da Rti contro il web, i pirati – veri e presunti – ed a favore di norme censoree [n.d.r. da ultimo il famigerato regolamento Agcom], con una battuta, ora, verrebbe da dire: chi il web ferisce, di web perisce.

Almeno sul web, Mediaset, sarà ora costretta a cambiar nome ed ad abbassare la cresta.

25 marzo 2012

We Need Love, We Love You!


(Fonte della foto)


Vi giro una news, un appello molto particolare che voglio condividere con voi!


Perché scoppi una guerra, è necessario un nemico da odiare. E' indispensabile che la macchina dei media manovrata dai governi crei il mostro. Israele deve odiare l'Iran, perché l'Iran odia Israele e la vuole distruggere. La parola alle armi. Lo dicono la TV, la stampa, i politici. Poi un padre, un israeliano scrive in Rete di amare ogni iraniano. Lui non ha intenzione di uccidere nessuno. Si può evitare una guerra con un appello dal web? Chissà. Per adesso, trentamila israeliani e iraniani si stanno scambiando messaggi e immagini di amicizia e rispetto impensabili solo settimana scorsa. Tutto è iniziato qualche giorno fa, con queste poche righe scritte da Ronny Edry di Tel Aviv.

"Ciao, sono Ronny. Ho 41 anni. Sono un padre, un progettista grafico, un insegnante, un cittadino di Israele. E ho bisogno del vostro aiuto. Ultimamente, nei telegiornali, sentiamo preannunciare una guerra. Enorme. I governi parlano di distruzione, autodifesa, come se questa guerra non avesse a che fare con noi. Tre giorni fa, ho pubblicato un poster su Facebook. Il messaggio era semplice: "Iraniani, non bombarderemo mai il vostro paese, vi amiamo". Accanto al poster ha aggiunto: "Al popolo iraniano, a ogni padre, madre, figlio, fratello e sorella. Perché ci sia un guerra tra di noi, è necessario che prima abbiamo paura l'uno dell'altro. Dobbiamo odiare. Io non ho paura di voi, non vi odio. Non vi conosco nemmeno. Nessun Iraniano mi ha mai fatto del male. Non ho nemmeno mai conosciuto un Iraniano … giusto uno a Parigi, in un museo. Un tipo simpatico. Qualche volta qui vedo un Iraniano in TV. Parla di una guerra. Sono certo che non rappresenta tutto il popolo iraniano. Se sentite qualcuno in TV parlare di un bombardamento su di voi … state certi che non sta rappresentando tutti noi. Non sono un rappresentante ufficiale del mio Paese. Ma conosco le strade della mia città, parlo ai miei vicini, i miei famigliari, i miei amici e a nome di tutte queste persone … vi vogliamo bene. Non abbiamo alcuna intenzione di farvi del male. Al contrario, ci piacerebbe incontrarvi, prendere un caffè assieme e parlare di sport. A tutti coloro che provano lo stesso, condividete questo messaggio e aiutatelo a raggiungere il popolo iraniano."
In ventiquattro ore hanno iniziato a condividere il poster su Facebook. Nel giro di quarantott'ore gli Iraniani hanno iniziato a rispondere ai poster e ricambiare il loro amore per noi. Centinaia di messaggi che dicevano Israeliani "vi amiamo anche noi". Il giorno dopo eravamo in TV, sui giornali, prova del fatto che il messaggio stava viaggiando. Velocissimo.
Ora vogliamo fare in modo che il messaggio giunga ovunque, non solo alla comunità di Facebook, ma a tutti. Questo è un messaggio da parte della gente, per la gente.
Quindi, per favore, non odiare e aiutaci a diffondere questo messaggio." Ronny Edry

(Fonte)

Grazie Marco B. per la condivisione!

Israele // Iran > Non vogliamo nessuna guerra! NO WAR



18 marzo 2012

Kony 2012

Kony 2012, una campagna globale.
Please watch the video and share the content with your friends on FaceBook, Twitter and in your life!
Enrico

13 febbraio 2012

Acqua pubblica: parte la Campagna di Obbedienza Civile

Ricevo questa informazione e ve la rimando.
Non pensate sia una cosa giusta? Perlomeno la presa in giro potrebbe non essere totale. Leggete e spargete voce!


Acqua pubblica: parte la Campagna di Obbedienza Civile

Il 4 e 5 febbraio è partita, con tante iniziative in tutta Italia, la Campagna di Obbedienza Civile per il ricalcolo della bolletta e per il rispetto del voto referendario, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

È partita in tutta Italia, la Campagna di Obbedienza Civile per il ricalcolo della bolletta e per il rispetto del voto referendario, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.
Con la pubblicazione, in data 20 luglio 2011, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 116 è stata sancita ufficialmente la vittoria referendaria e l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”. Se non saranno le istituzioni a far rispettare l’esito del referendum, saranno le cittadine e i cittadini a farlo. Per questo lanciamo la campagna di obbedienza civile: ovvero il rispetto della volontà popolare eliminando il profitto dalle bollette.
La “remunerazione del capitale investito”, che ricordiamo, è pari al 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti, nella generalità dei casi, incide sulle nostre bollette per una percentuale che oscilla, a seconda del gestore, fra il 10% e il 20%. Il referendum era stato proposto per far valere un principio chiaro: nella gestione dell’acqua non si devono fare profitti! E la risposta dei cittadini (95,8% a favore della cancellazione del profitto) non lascia alcun dubbio sull’opinione, praticamente unanime, del popolo italiano. Oggi, a distanza di alcuni mesi, risulta che, in tutto il territorio nazionale, nessun gestore abbia applicato la normativa, in vigore dal 21 luglio 2011, diminuendo le tariffe del servizio idrico. In altre parole tutti i gestori del servizio idrico italiano hanno ignorato con pretestuose argomentazioni l’esito referendario. Questo non può essere accettato!
La campagna di “obbedienza civile” consiste nel pagare le bollette, relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011, applicando una riduzione pari alla componente della “remunerazione del capitale investito”. È stata chiamata di “obbedienza civile” perché non si tratta di “disubbidire” ad una legge ingiusta, ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari. Lo scopo principale della campagna di “obbedienza civile” è ovvio: ottenere l’applicazione del risultato che è inequivocabilmente scaturito dai referendum.

Per informazioni sulla campagna e gli appuntamenti nelle città: www.obbedienzacivile.it

2 febbraio 2012

Apple, la mela amara.

Panorama (Link) - Apple, dietro al touch screen non è oro tutto quel che luccica

  (Credits: Apple)

(Credits: Apple)

Alzi la mano chi – specie di questi tempi – non vorrebbe lavorare per Apple. Per l’azienda più ricca, o quasi, del pianeta, per l’unica azienda dell’hitech che non produce solo dispositivi elettronici ma autentici sogni, amati e venerati dai consumatori come si fa solo con gli esseri viventi o quelli soprannaturali. Eppure, se andate a parlare con chi per Apple già ci lavora potreste sentirvi dire che non è tutto oro quello che luccica. E che dietro ad ogni iPhoneiPadiPod, c’è qualcosa che non potreste mai immaginare. 
Ci sono bambini di 13 anni che lavorano 16 ore al giorno per 70 centesimi all’ora, ad esempio; lavoratori stipati in quartieri dormitorio senza le necessarie condizioni igienico sanitarie; altri che respirano solventi tossici o polveri sottili; altri, infine, che scelgono il suicidio.
Sono gli operai che lavorano nelle fabbriche cinesi che Apple ha scelto per costruire in outsourcing i propri dispositivi. La Wintek di Suzhou, per esempio, o la Foxconn di Shentzen e Chengdu, due delle città simbolo del miracolo cinese, trasformatesi nel giro di pochi anni da villaggi rurali a vere e proprie megalopoli industriali.
Il New York Times ha dedicato loro un reportage molto dettagliato (anzi, due), raccontando tutta una serie di inquietanti retroscena sulle loro condizioni di lavoro. Il  quotidiano americano parla fra le altre cose di turni di lavoro massacranti, minacce ai lavoratori e punizioni esemplari, di documenti falsificati per consentire il lavoro minorile.
Ma non solo. Parla degli incidenti che si sarebbero potuti evitare. Come quello che ha coinvolto le centinaia di operai rimasti intossicati dall’n-esano, un composto notoriamente tossico utilizzato per pulire i display dell’iPhone solo perché decisamente più rapido dell’alcool ad evaporare.
O come le due esplosioni che, lo scorso anno, hanno provocato la morte di 4 operai e il ferimento di altri 77. Tutte vittime delle polveri d’alluminio, uno dei residui delle lavorazioni del dorso dell’Ipad. Nello stabilimento Foxconn di Chengdu, teatro di uno dei due tragici incidenti, le condizioni di scarsa areazione degli impianti erano state documentate già alcune settimane prima da un gruppo di advocacy di Hong Kong, con tanto di video che mostrava i corpi dei lavoratori ricoperti da particelle finissime di metallo. “Una copia di quel report è stata mandata anche ad Apple”, spiega uno degli esponenti del gruppo, “ma non c’è stata alcuna risposta”.

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Una storia nota

Non è la prima volta, va detto, che si parla del lato oscuro di Apple. Lo scorso anno dopo i 18 tentativi di suicidio registrati negli stabilimenti della Foxconn (14 dei quali andati a “buon” fine) molti organi di stampa sollevarono il problema della sicurezza fra i fornitori di Cupertino.
La scrittrice Alberta Parish arrivò persino a criticare apertamente l’operato di Steve Jobs all’indomani della sua morte, in un post dal titolo piuttosto eloquente: “Steve Jobs di Apple non era un uomo buono, utilizzava il lavoro schiavistico per fare gli iPads e gli iPhone”.
Steve Jobs ha avuto un’anima oscura. Come proprietario di Apple, è stato direttamente responsabile per la produzione di iPhone e iPad nelle fabbriche in Cina dove c’è stato un numero infinito di suicidi di lavoratori insoddisfatti durante i mesi di marzo e aprile di quest’anno. In parecchi impianti della Foxconn, dove sono realizzati i prodotti Apple, c’erano policy orrende: operai costretti a fare tra 80 e 100 ore di lavoro straordinario, operai costretti a stare in piedi per 14 ore al giorno, altri costretti a firmare patti di non-suicidio come condizione di occupazione.

La difesa di Tim Cook

Tim Cook, l’erede di Steve Jobs al timone di Apple, è voluto intervenire di persona sulla questione con una lettera aperta a tutti i dipendenti Apple:
Sono i nostri valori a dire chi siamo, come azienda e come individui. È un peccato che in questi giorni alcune persone stiano mettendo in dubbio i valori di Apple e desidererei occuparmene direttamente con voi. Abbiamo a cuore ogni lavoratore della nostra catena dei fornitori a livello mondiale. Ogni incidente è fonte di turbamento e ogni questione riguardante le condizioni di lavoro è causa di preoccupazione. Qualsiasi voce che affermi il contrario è chiaramente falsa e offensiva nei nostri confronti. Come saprete meglio di chiunque altro, accuse come queste vanno contro i nostri valori. Noi non siamo così.
Molti di voi che lavorano presso i siti produttivi dei nostri fornitori in tutto il mondo, o che spendono lunghi periodi lontani dalle loro famiglie, so che sono indignati quanto me. E coloro che non sono così vicini alla catena di fornitura hanno il diritto a conoscere i fatti.
Ogni anno aumentiamo il numero di ispezioni nelle fabbriche, alzando gli standard per i nostri produttori e indaghiamo sempre più a fondo su quello che accade dentro le fabbriche. Come abbiamo già riferito lo scorso mese, abbiamo ottenuto grandi successi e migliorato le condizioni di centinaia di migliaia di lavoratori. Nessuno, in questo settore, sta facendo così tanto per così tante persone in così tanti posti.

Tim Cook, numero uno di Apple (Credits: AP Photo/Mark Lennihan)
Tim Cook, numero uno di Apple (Credits: AP Photo/Mark Lennihan)

Quel che Apple non dice

Tim Cook in parte dice il vero. A ben guardare, dal 2005, e cioè dall’epoca del primo reportage giornalistico sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti cinesi della Foxconn (in quel caso firmato dal Guardian), Apple conduce ogni anno degli audit su tutte le fabbriche che gravitano intorno alla produzione dei propri dispositivi. E dal 2007 ispeziona direttamente gli stabilimenti per mettere in luce le eventuali anomalie.
Dal 2007 al 2010, sottolinea il New York Times, Apple ha condotto oltre 300 controlli all’interno degli stabilimenti, ravvisando in oltre metà dei casi la presenza di anomalie; in ben 70 casi, addirittura, le irregolarità riguardavano violazioni basilari, compresi casi di sfruttamento minorile, falsificazione di documenti, condizioni di lavoro pericolose per la salute. Gli standard di Apple prevedono, in casi come questi, che le aziende forniscano un report entro 90 giorni individuando il problema e provvedendo quindi a correggerlo.
Quel che Tim Cook non dice, però, è per quale motivo – nonostante le numerose segnalazioni - Apple abbia concluso il proprio rapporto lavorativo con soli 15 fornitori. Per quale motivo alla Foxconn abbiano installato delle reti tutto intorno alla fabbrica proprio dove si sono verificati i suicidi dei dipendenti. E perché nel 2011, anno in cui sono stati effettuati ben 229 audit, si è registrato il maggior numero di incidenti (4 morti e 77 feriti).
“Una volta che l’accordo è fatto e diventi uno dei produttori di Apple, l’azienda non si interessa più delle condizioni di vita dei suoi dipendenti o qualsiasi altra cosa che non sia rilevante per i propri prodotti” sottolinea un ex-manager di Foxconn licenziato dall’azienda dopo aver obiettato di fronte a un trasferimento. Rincara la dose un altro responsabile di una società che ha preso parte alla produzione di iPad: “L’unico modo per fare soldi lavorando per Apple è quello di mostrare loro di saper fare le cose in modo più efficiente o economico”.

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(Credits: Apple)

Del resto che Apple faccia leva sulla forza lavoro a basso, anzi bassissimo costo lo si capisce anche guardando i costi di produzione dei dispositivi che sforna in migliaia di pezzi ogni giorno. Secondo iSuppli, ogni iPhone 4S (nella sua versione base, quella da 8 gigabyte, prezzo italiano 659 euro) costa ad Apple 196 dollari dei quali solo 8 per la produzione.
Il discorso è diventato assolutamente centrale alla luce della nuova politica tariffaria che Apple ha inaugurato con l’uscita dell’iPad. Un prodotto che contrariamente alla tradizione della Mela è offerto a un prezzo decisamente concorrenziale: se si escludono i tablet low-cost basati su Android, i 499 dollari del modello base della Mela rappresentano a tutt’oggi una delle migliori alternative per il consumatore. Ma il margine per Cupertino resta comunque altissimo (come si può notare da questa seconda tabella).
E poi c’è tutto il discorso della flessibilità: per produrre ogni trimestre 37 milioni di iPhone, 15 milioni di iPad e oltre 5 milioni di iPod la catena dei fornitori deve muoversi con sincronismi pressoché perfetti. E, soprattutto, deve saper rispondere in modo rapidissimo alle variazioni della domanda. Condizioni che oggi si possono avere solo in Cina, dove spiega il New York Times è possibile assumere 3.000 persone dall’oggi al domani, e fino a 200 mila operari in un paio di settimane.

Il mondo attende una risposta

Per non cadere nella falsa retorica è bene precisare un paio di aspetti. Che la Foxconn non è Apple né una sua controllata, tanto per cominciare, ma un’azienda asiatica che produce componenti elettrici. Che Apple non è l’unica multinazionale a giovarsi di una così ampia catena di fornitori delocalizzata (da Dell ad Hp, da Lenovbo a Motorola, da Nokia a Sony, tutte le grandi multinazionali del settore producono e assemblano in Cina i propri oggetti tecnologici).
Che i diritti dei lavoratori in Cina non sono quelli dei Paesi occidentali, considerata anche l’assenza di un vero e proprio sindacato (cosa che non è ammessa dal governo locale). Che per molti cinesi lavorare per Apple garantisce condizioni salariali migliori di quelle che avrebbero altrove; ad esempio in una piantagione di riso, dove il guadagno medio è di 50 dollari al mese (contro i quasi 300 dollari offerti da Apple).
Ma considerata la fama di Apple e la straordinaria liquidità che circola nelle sue casse (quasi 100 miliardi di dollari secondo le ultime rilevazioni), è più facile che la lente dell’opinione pubblica finisca per concentrarsi sui movimenti di Cupertino. “Puoi impostare tutte le regole che vuoi”,  commenta amaramente uno degli ex-responsabili di Apple, “ma saranno prive di significato se non dai ai fornitori un profitto sufficiente per trattare bene i tuoi lavoratori”. Oneri e onori, si dice in casi come questi.
Perché se sul design e le prestazioni dei dispositivi di Apple si può discutere al bar fra technofan, sulle condizioni di lavoro la posta in palio è decisamente più alta. A questo punto diventa un imperativo: Apple dovrà intervenire più profondamente di quanto non abbia fatto in passato, proprio come hanno fatto le altre multinazionali che prima di lei (vedi Nike e Gap) sono finite nell’occhio del ciclone per problematiche di social responsability.
Prima che sia troppo tardi. Prima che l’utente medio arrivi a chiedersi cos’è disposto ad accettare pur di avere fra le mani l’ultimo “sogno” marchiato Apple.

Grazie a David per il suggerimento

24 gennaio 2012

La Liberalizzazione della Follia

Penso che si stiano approvando nuove liberalizzazioni in Italia.
Basta anche solo una motivazione per pentirsi di aver votato un partito? .. forse.

La Liberalizzazione delle nascite
dal blog di Beppe Grillo (link)

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

16 gennaio 2012

La Pubblicità che Uccide!

dal Fatto Quotidiano

Cartellopoli, “stop alla pubblicità che uccide”

A Roma, si trovano nel mezzo dei marciapiedi, adiacenti alle piste ciclabili, in prossimità di monumenti storici, nei parchi della città. La Capitale è invasa dai cartelloni pubblicitari abusivi che violano il codice della strada e le norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale. L’associazione “Basta cartelloni” insieme alla Fondazione Guccione, all’Associazione disabili visivi, all’I.I.C.A. (l’Istituto internazionale Consumo e Ambiente), hanno segnalato al Comune di Roma centinaia di casi. “E’ uno schiaffo al decoro della città, ma è anche un problema di legalità e sicurezza” afferma Giuseppe Guccione della Fondazione Guccione onlus. “Come al solito – continua – è necessario che ci scappi il morto per attirare l’attenzione. E così è stato. Nel novembre del 2011 due ragazzi in scooter si sono schiantati contro un cartellone abusivo sulla via Tuscolana. Per questo chiediamo le dimissioni dell’assessore di Roma alle attività produttive Davide Bordoni”.
di Irene Buscemi

15 gennaio 2012

Idea di Comunità

La signora Livia ha ottantadue anni e la testa lucida, ma le gambe appannate. Mauro è un giovane alpino di sessantaquattro che le abita accanto e ogni tanto scende a fare le commissioni per tutti e due. L’altro giorno Mauro doveva andare alla Posta e ha chiesto a Livia se aveva bisogno di qualcosa. Lei gli ha messo in mano 112 euro. «Sono per il canone Rai». Mauro le ha spiegato che non era il caso: «Hai più di 75 anni e una pensione sociale senza altri redditi: sei esentata». Livia ha insistito: «Posso permettermelo». «Ma se non arrivi a 500 euro di pensione!». «Tanti stanno peggio di me. I miei soldi serviranno a coprire quelli che non metteranno loro e a migliorare i conti della Rai, che nonostante tutto mi tiene compagnia». Pare faccia lo stesso con certe medicine che paga anche quando non dovrebbe, perché chi è fatto così è così sempre, nella vita.

Non sarei capace di ragionare come Livia. E ho le mie ragioni, sia chiaro. Il canone viene evaso in massa, ci sono regioni dove i pochi che lo pagano vengono considerati marziani. E andare in soccorso dei bilanci della tv pubblica equivale a battersi per salvare l’onore di una anziana meretrice: un’impresa assurda, oltre che disperata. Però non sono le persone come me a tenere in piedi questa baracca chiamata Italia. Sono quelle come Livia. Che non lanciano accuse, non cercano alibi, non fanno paragoni. Hanno un’idea di comunità nella testa e le rimangono fedeli con rettitudine, senza sentirsi né vittime né eroi. Semplicemente normali.

Link al Buongiorno di Gramellini "Nonna Rai", 14 Gennaio 2012.
Lo so, ho cambiato titolo, mi piaceva di più il mio! :)

14 gennaio 2012

Libri per ragazzi (e ragazze)


Tratto dal sito di Fabio Geda . (clicca sul link per visualizzare la pagina)

Faccio un sunto di un articolo interessante uscito su D La Repubblica del 21 dicembre in merito all’editoria per ragazzi (scritto da Lara Crinò). La riflessione parte dal gesto dell’editore americano Little, Brown che pare abbia acquistato due pagine sul New Yorker per invitare i genitori, tra i quali Obama e consorte, a impegnarsi per promuovere la lettura tra gli adolescenti maschi – esatto: maschi – che pare leggano talmente poco da soffrire di un vero e proprio “literary gender gap” rispetto alle loro coetanee femmine, un dislivello in grado di influenzarne le carriere scolastiche fino all’università.
Le competenze linguistiche influenzano l'apprendimento: è l'idea alla base dell'826 Valencia e di esperienze come la Grande Fabbrica delle Parole.
In Italia? Secondo la più recente indagine NielsenBookScan l’editoria per ragazzi resta, in piena crisi generale, un settore trainante, al punto che tra il 2010 e il 2011 è persino cresciuta. Poco, ma è cresciuta. Però, a quanto pare, anche in Italia questo successo è declinato soprattutto al femminile. L’Istat indica che il  70% delle adolescenti si dichiarano lettrici, mentre tra i maschi già a quindici anni i non-lettori prevalgono sui lettori.
Lara Crinò nota poi come i modelli culturali femminili offerti in televisione siano differenti da quelli offerti dai libri. In televisione è tutto rosa e laccato, le bambine sono risucchiate nei clichè soliti della bella ammaliatrice o della bruttarella secchiona e le pubblicità promuovono kit per diventare stilista, minicarrelli per la spesa eccetera, mentre in libreria si trovano storie di principesse, sì, ma anche di scienziate e guerriere.  Antonio Monaco, coordinatore del gruppo Editori per ragazzi dell’Aie, ipotizza che questo sia dovuto al fatto che nel mondo editoriale lavorano molte donne, in grado, quindi, di imporre libri non appiattiti sugli stereotipi.
Sarà davvero così? A me sembra che anche nel mondo della letteratura per ragazzi i clichè si sprechino e che, in ogni caso, siano quelli a vendere di più. Poi certo, ci sono anche offerte alternative, ma forse perché sono molti di più i libri pubblicati dei giocattoli o dei cartoni animati prodotti. Di certo una libreria offre più scelta di una qualunque televisione o di qualunque Toys Center. Questo sì. Evviva la biblio-diversità!  
Nell’articolo si nota poi come il fantasy sia il genere letterario transgender per eccellenza, come accomuni ragazzi e ragazze e, a volte, anche generazioni diverse. Anche se alla base di tutto, dice Beatrice Masini, resta l’identificazione: se i ragazzi si identificano nei personaggi allora leggono, se non si identificano non leggono. Le strade da percorrere per permettere ai ragazzi di identificarsi? Sono due: l’amore e la quotidianità, andando, in entrambi i casi, a scavare nelle ansie, nei dubbi e tra le speranze che quell’età, segnata dalla ricerca affannosa della propria identità, si porta dietro.
Quello che non si dice nell'articolo - e che varrebbe la pena indagare - è che certi intellettuali, e anche non pochi lettori, sembrano pensare che esistano libri buoni e libri cattivi. E non tanto in riferimento ai messaggi che i libri veicolano dal punto di vista dell'etica o della morale, no, semplicemente a partire dalla (secondo loro) eccessiva fruibilità, o forse perchè li leggono anche quelli che di solito verrebbero definiti non-lettori. Sara vero? Esitono libri così facili da leggere da far danno al lettore? Se sì quali sono?
Altra cosa che non si dice nell'articolo - e che varrebbe la pena indagare - è come accompagnare i ragazzi oltre le loro letture adolescenziali. Come aiutarli a far crescere le emozioni, e di conseguenza a cercare nuovi libri, più complessi, che quelle emozioni andranno a nutrire. Come farli transitare da Twilight a Il mio nome è Asher Lev (giusto per citare un libro sul crescere e sullo scoprire se stessi da me molto amato)?

12 gennaio 2012

Quando muore una lingua


Con la scomparsa dei linguaggi tribali perdiamo una visione della vita, della morte e del mondo che non tornerà mai più.


Si estinguono come le specie animali, anzi, più velocemente. Le lingue muoiono al ritmo di una ogni 2 settimane. Si stima che, nel giro di un secolo, dei 7000 linguaggi oggi parlati ne rimarrà solo metà. A richiamare l'attenzione su questa «strage» è l'organizzazione Survival International. Nel 2008 è scomparsa l'ultima persona che custodiva l'Eyak, parlato in Alaska. L'anno scorso è stato il turno di Boa Senior, che si è portata con sé la lingua di una delle culture più antiche del mondo, quella dei Bo, che hanno abitato le Isole Andamane per 65.000 anni. 

Si contano sulle dita di una mano gli ultimi detentori dello Yurok della California, dello Yawurudell'Australia e del Siksika, parlato dai Piedi Neri dell'America del Nord. L'Innu, in Canada, perde terreno per la «concorrenza» di inglese e francese, insegnati nelle scuole. La scomparsa dei linguaggi tribali non documentati implica, per il linguista Daniel Everett «una perdita inestimabile di espressione di humour, conoscenza, amore, e la gamma intera dell'esperienza umana. Un'antica tradizione, un mondo di soluzioni alla vita è perso per sempre. You can't Google it and get it back». Non puoi digitarlo su Google e riaverlo indietro. «Quando noi perdiamo una lingua" spiega K. David Harrison nel libro When Languages Die, «perdiamo secoli di pensiero umano riguardo al tempo, alle stagioni, alle creature del mare, alle renne, ai fiori commestibili, alla matematica, ai paesaggi, ai miti, alla musica, allo sconosciuto e al quotidiano». 
Dall'India all'Oregon, dalla Bolivia alla Siberia, Harrison viaggia per registrare le lingue in pericolo, con l'Istituto Living Tongues per le Lingue in via di estinzione, di cui dirige la Ricerca. Nelle lingue tribali si nascondono i segreti per la sopravvivenza in ambienti ostili e infinte conoscenze sulla natura e sul clima. Basti pensare che gli Inuit hanno molti modi per nominare i vari tipi di neve, ma non un'unica parola per riferirsi a essa. Lo stesso flusso della Storia è registrato diversamente dalle lingue orali e un termine può racchiudere molto più del suo significato. In Ghana, scriveRyszard Kapuscinski, la tribù dei Nankani sfregia il viso ai neonati, per renderli merce poco desiderabile agli occhi degli schiavisti bianchi. Per questo popolo la parola brutto equivale a libero.

Ilaria Lonigro
D - la Repubblica 12.01.2012

8 gennaio 2012

Domenicanon #00

Suppongo di aver acconsentito di collaborare a questo blog l'altra sera. Dicendo "suppongo" intendo di non ricordare assolutamente il momento esatto in cui le mie labbra hanno pronunciato il fatidico "" al cospetto di Enrico "Muscio" Lomuscio. Dicendo "l'altra sera" alludo al fatto di non ricordare assolutamente che giorno della settimana fosse. Uniche certezze: l'anno era il corrente; ero sotto l'effetto di liquori e spiriti vari; ero a stomaco vuoto da circa 13 ore; ero ipo-motorizzato causa incidente. Mi fa sorridere notare come qualche anno prima, in condizioni simili, accettai di contribuire ad un altro blog. Sempre con il "Muscio". Mmm.

Un passo alla volta.

Tutto inizia in una serata dell'anno scorso, il 29 dicembre. L'anno scorso... Adesso mi piacerebbe divagare e sproloquiare sulla classica cazzo (si può dire "cazzo" qua?) di battuta da ultimo dell'anno, con la quale ci si da appuntamento per l'anno successivo: "oh! ci vediamo il prossimo anno!". Quale regione del nostro cervello ci impone di riderne e di proferirla a nostra volta tutti i santi anni?

Dicevo...

Tutto è iniziato in quella serata, l'ultima di lavoro per me dell'anno, che gioia. Una ragazza, sulla trentina, sicuramente sbronza, forse anche un po' fatta, decise attorno alle 19 che il suo cofano doveva conoscere ad ogni costo il mio baule. Letteralmente. L'inerzia ha poi in seguito sancito che il baule dell'Alfa che mi precedeva era troppo invitante per il mio di cofano. Il caso ha infine sentenziato che io quella sera stessi raggiungendo una ragazza per un aperitivo. Aperitivo che ovviamente non ha mai avuto luogo. Ripeto, che gioia.

Che poi pensandoci bene vorrei augurarlo a tutti un tamponamento di fine anno, con ragione si intende, e senza distorsioni dorsali e/o cervicali. Solo quel che basta per mollare la macchina in qualche carrozzeria della cintura e godersi le feste tranquillamente. Sì perché le preoccupazioni da palloncino, parcheggio, rincari benzina ecc. senza autovettura scendono improvvisamente a zero e il tempo acquisisce un gusto nuovo, soprattutto a Torino, dove la mobilità pubblica sta all'efficienza come una cernia sta fuori dall'acqua.

Dal 29 in poi i miei ricordi sono composti da mille flash di feste e festicciole. Un sacco di eventi temporalmente disconnessi. Fino alla giornata del 6 gennaio, giorno in cui ho ricevuto l'invito di collaborazione via mail.

Tutta sta roba per dire cosa? Cosa? COSA? Calmi, adesso ci arrivo.

Come vi ho detto la mancanza di un'autovettura mi ha permesso di darmi alla pazza gioia con i folleggiamenti e di apprezzare maggiormente il tempo speso tra passeggiate e attese sulla pensilina. L'unico effetto collaterale è stato l'assenza più totale di una foto, di un video, di un papiro, di una cicatrice, di un qualcosa, che potesse documentare quanto successo nei giorni a cavallo tra questi due anni.

Il 7 gennaio, cioè questo sabato, cioè ieri sera, ho avuto una sorta di illuminazione. Ho deciso, sospinto da mille ragioni, delle quali vi rivelerò solo la più debole, di dare un senso alle mie domeniche venture. Mi sono domandato, da giovane provato dai postumi da sabato sera: che cosa diamine succede la domenica mattina/pomeriggio in una città come Torino?

Quindi stamane (ieri mattina rispetto alla pubblicazione di questa sparata) mi sono deciso a partire, armato di Canon, da San Paolo, giù per la Crocetta e San Salvario, passando dal Valentino e ritorno, scatto dopo scatto.

Tornato a casa, scaricate le foto, riposati i piedi, mangiate le tagliatelle ai funghi, ho avuto la seconda illuminazione del weekend (grazie ai funghi mi sa): scrivere qualcosa su questo blog. Si ma cosa? Niente! O almeno molto poco. L'idea di questa rubrica è quella di condividere con cadenza, spero, settimanale, le foto raccolte nelle mie domeniche ritrovate. Da qui Domenicanon. Domenicano che sarei io, e Canon che sarebbe la mia reflex acquistata con tanti sacrifici. Probabilmente senza questa rubrica, e senza te, starebbe a far polvere.

Ci sono luoghi di Torino abbandonati e fatiscenti, appartenenti ad un passato industriale non lontano. Un passato condiviso e vissuto dalla maggior parte delle persone che popolano la domenica torinese. Si perché ci sono solo anziani la domenica mattina a Torino.



No non è vero, ci sono anche un sacco di giovani, famiglie e adulti. Solo che essendo io piuttosto lento di riflessi non mi riesce di catturare in uno scatto gente che fa jogging, bambini che si dimenano e relativi genitori che li inseguono preoccupati. Mi è più facile cogliere i loro ritmi e le loro pose.

Ho il tempo di impostare l'otturazione, regolare il diaframma, impostare l'esposimetro, fare qualche scatto e farne ancora un altro se non mi convince qualcosa. Girarmi una sigaretta, attendere che una nuvola lasci nuovamente spazio alle ombre, e scattare ancora. Tanto loro stanno lì. Alcuni guardano la gente che passa lesta sul viale, altri ammirano estasiati un cantiere in pausa, altri ancora armeggiano spavaldamente con il cellulare regalato dai figli, forse dai nipoti, con i soldi dei figli.


Alcuni passeggiano pascolando i loro amici a quattro zampe su un prato o lungo un muro ricoperto di scritte e graffiti. Chissà cosa pensano di noi giovani mentre leggono insulti, dediche e neologismi impressi sul calcestruzzo con una bomboletta nera. Chissà se le leggono poi quelle robe. Secondo me sì, ottimo materiale per conversazioni da bocciofila o da pranzo in famiglia.


Poi mi chiedo dove stanno i giovani, quelli con i postumi, quelli che hanno di meglio da fare che fotografare anziani da pubblicare in un blog. Alcuni dormono, altri riordinano la stanza abbandonata durante la settimana, altri ancora cercano di finire l'elaborato da consegnare il lunedì mattina in facoltà.

Non ci sarà traffico, non ci sarà frenesia lavorativa, ma a me la domenica mette comunque ansia. Non far niente mi mette ansia. Vabbè. Sarò workaholic.

Spero di non aver turbato qualcuno, parlare di anziani mette sempre un po' d'ansia.
Questo era il primo post di quella che spero possa essere una rubrica regolare.
Spero di essere meno prolisso la prossima volta.
Sono Enrico Cicconi, studio e lavoro.
Alla prossima!

7 gennaio 2012

Veri Eroi

Ciao a tutti,
avete mai sentito parlare di Sal Dimiceli, Anna Hazare, Leymah Gbowee o Robin Lim? Non sono certo persone che fanno notizia al telegiornale (purtroppo), eppure sono stati nominati "gli eroi del 2011". Perchè? Vi lascio i link dove potete scoprirlo leggendo i loro profili e riempirvi il cuore di gioia.
Un abbraccio,
Siz :)

parte 1: http://frontierenews.it/2011/12/i-venti-eroi-del-2011-parte-1/
parte 2: http://frontierenews.it/2011/12/i-venti-eroi-del-2011-parte2/
parte 3: http://frontierenews.it/2011/12/i-venti-eroi-del-2011-parte-3/

5 gennaio 2012

Italiano Medio

senza tanti preamboli (per il momento) su cosa è, e su cosa vuole essere questo Blog, vi posto un video, a mio avviso molto rappresentativo, che dietro la sua ironia mostra senza molti indugi la figura dell'italiano medio!
Enjoy It!!


Vogliamo sapere cosa ne pensate! Commentate, commentate!!